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La Cava e i Cavajoli

Proseguiamo con degli estratti del libro IL POZZO E LA CAVA, oggi qualche nozioncina storica, che non guasta mai

La Cava nella storia

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Una delle più antiche testimonianze su Via della Cava è senza dubbio quella di Procopio di Cesarea, che nel De Bello Gothorum (VI sec.), racconta che ad Orvieto «si giunge per una sola strada fra le rupi».

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Abitata già dagli Etruschi, anche nel Medioevo la via mantenne il ruolo di principale accesso alla città; non a caso la porta che si trova in fondo alla discesa si chiama Porta Maggiore.

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Già da allora la Cava era la zona degli artigiani, come testimoniano i resti di diverse fornaci per la lavorazione della ceramica e il culto di Sant’Eligio, patrono dei fabbri e dei maniscalchi, figure quanto mai necessarie lungo lo scosceso pendio che univa le campagne alla parte alta della rupe.

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Era proprio dalla Cava che entravano i papi in visita alla città; in quelle occasioni il percorso che conduceva al Duomo era ogni volta addobbato con archi d’onore e allestimenti scenici effimeri realizzati per l’occasione.

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In particolare, sulle basse e sporche facciate delle misere abitazioni di Via della Cava, venivano spesso poste delle finte pareti in legno che davano l’impressione di passare tra alti palazzi sontuosamente decorati. Queste scenografie erano provviste di aperture in corrispondenza delle porte e delle finestre delle case retrostanti, così che gli abitanti, affacciandovisi per ammirare il corteo papale, contribuissero ad accrescere il realismo di quelle finte architetture.

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Punto centrale della via era poi la fonte della Cava, di cui si parlava già nel 1299: era quello il primo posto dove rifocillare gli asini dopo la dura salita verso la città.

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Le numerose stalle della zona completavano il variopinto e profumato quadretto che, alla fine dell’Ottocento, Olave Potter descriveva così: «Ci arrampicammo su per la ripida strada tra le case di tufo vulcanico giallo ora nero[…]

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In fondo ai vicoli bui potemmo vedere le tetre profondità delle cavità, scavate nella roccia viva. Nei bassi gli abitanti di questa città diruta faticavano in silenzio, e fuori dalle porte gufi incappucciati erano appollaiati su pertiche infisse nel terreno duro».

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