venerdì 16 settembre 2011

I fischietti dei Maestri cocciari di Ficulle (Terni) – Memorie e Suoni di Terra

Questo paese è legato alla lavorazione della terracotta da sempre. Lo testimonia il nome stesso: Ficulle. Nonostante lo stemma cittadino, il nome non ha niente a che vedere con l’albero di fico. Deriva invece dal latino figulus, figulo, ciò è vasaio. Quindi sembra che a fine X o nell’XI secolo, i primi insediamenti abitati di questo territorio si dedicassero alla lavorazione dell’argilla. Questo perché la zona è piena di giacimenti, e quindi qui nacquero una serie di insediamenti proprio per lavorare la terracotta.

Si calcola che negli anni ’30 nel paese ci fossero una quarantina di persone che lavoravano la terracotta. E tutta l’economia locale girava – oltre che attorno all’agricoltura – anche attorno alla terracotta. Perché c’era un indotto: chi si occupava di estrarre la materia prima, chi portava la legna per fare le cotture, chi andava a vendere i prodotti, e così via. Quindi erano in molti a lavorare nel settore”.

Sono parole di Fabio Fattorini, artigiano che ancora oggi perpetua la secolare tradizione di lavorazione della terracotta di questo paese dell’Umbria. Ci siamo rivolti a lui e a tre anziani Maestri artigiani di Ficulle per saperne di più sulla lavorazione della terracotta e naturalmente anche dei fischietti di questa zona. Il primo di questi maestri è Renato Cortellini, che da quasi 40 anni vive e lavora a Fabro, ma che proviene da una antica famiglia di cocciari di Ficulle, precisamente della frazione di San Cristoforo. Il secondo è Carlo Luciani, anche lui cocciaro da generazioni con bottega a San Cristoforo. In fine c’è il padre e maestro di Fabio, Carlo Fattorini.

Le prime domande che rivolgiamo a questi artigiani riguardano il legame – spesso molto antico – tra la loro famiglia e il mestiere del cocciaro, nonché le modalità del loro personale l’apprendistato. Una delle costanti che emerge nel loro racconto è il fatto di avere imparato i rudimenti del mestiere sin dalla tenera età.
Servizio bianco e cobalto
Renato Cortellini: “Nella mia famiglia la tradizione di lavorare la terracotta è sicuramente molto antica. Noi pensiamo che risalga addirittura al ‘400. Infatti mio Nonno ha trovato un mattone della nostra bottega di Ficulle che riporta la data del 1412. Di sicuro c’è che la bottega di famiglia era attiva già dal 1770. E questo è documentato: è scritto sul diploma con cui mio babbo Cesare ricevette la medaglia d’oro per l’artigianato. [1]

Io ho sempre frequentato la bottega, da quando avevo 5 anni. Il Babbo mi comandava le piccole faccenduole. Poi andavo anche a scuola, ma all’epoca dopo la quinta elementare ti facevano smettere immediatamente. Peraltro io ero bravo, mi piaceva la scuola. Ma mi trovo contento di quello che ho fatto, mica mi lamento”.

Carlo Luciani: “Ho imparato da piccolo, dopo che anche Luciano, mio fratello più grande, aveva imparato il mestiere dal Babbo. Poi quando a scuola ho chiuso la classe quinta, il Babbo mi ha detto: “c’hai voglia di studiare?” Ed io: “no!” “E allora ecco, vieni qui ed impara il mestiere”. Ho imparato su un tornietto piccolo, a pedale, che ancora conservo. E fino all’85 ho fatto questo mestiere, e lo rifarei volentieri, però non si può fare più, perché qui non si rinasce più”.

Carlo Fattorini: “Questa è stata sempre zona di cocciari da centinaia e centinaia di anni a questa parte, e se scaviamo sotto al paese troviamo tutti pezzi di cocci anche a un metro e mezzo di profondità. Ma nella mia famiglia io e mio fratello[2] siamo stati i primi. Avevo il Babbo che lavorava nelle botteghe, ma si occupava un po’ de aiutà, non sapeva tornì.

Ho imparato queste tradizioni antichissime quando ero molto giovane. Non è una cosa facile, ci vuole una vita per imparare, ed ancora devo finire di imparare, per essere onesto.
Io sono del ’31, ed esattamente dall’età di 5 anni sono andato a bottega. Con me lavorava anche mio fratello, che è più grande di me di 4-5 anni.
Avevo un Maestro molto bravo, posso dire un amico. Ma bravo sul serio, non di quelli che si fanno chiamare maestri ma non sanno fare niente. Soprattutto, era bravissimo con il tornio, era un tornitore che faceva paura! Mi ha tirato su lui come io ho tirato su mio figlio. Si chiamava Rigo Sassetti, ed era del ‘4. Abbiamo sempre lavorato insieme fino a che, nel ’63, quando lui è morto ed io ho continuato col Fratello.”

Nel seguito della nostra chiacchierata, approfondiamo con i Mastri cocciai di Ficulle tutte le fasi della lavorazione della terracotta, dall’estrazione dell’argilla fino alla vendita dei prodotti, passando per la preparazione dei colori e la cottura.

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L’estrazione e la preparazione dell’argilla

Fabio Fattorini: “Una volta l’argilla bisognava estrarla nelle cave. E non era una passeggiata: non c’erano ruspe, si faceva tutto a mano. Di solito trovavi uno sbanco di 3 metri, ma l’argilla buona – quella più azzurra, quella che ha la giusta resistenza nella lavorazione – era soltanto la parte di sotto. E allora andava estratta quella, mentre quella sopra non serviva a niente.
Quelli più coscienziosi toglievano la parte sopra e prendevano il cuore. Altre persone scavavano una galleria, per evitare di dover togliere 2 o 3 metri di terra sopra. Però era un metodo pericoloso, e negli anni ’50 c’è morta una persona qui a Ficulle. La galleria è crollata e lui è rimasto sotto. E da lì l’estrazione dell’argilla a Ficulle è andata diminuendo.

Noi ultimamente prendevamo gli scarti dei laterizi a Bettolle. Li c’è una grandissima produzione di laterizi, e noi prendevamo i mattoni rotti che venivano scartati prima di essere infornati. Non costavano niente, pagavi solo la ruspa e il camion. Quindi prendevi 400-500 quintali di argilla, la portavi nel terraio, poi la lavoravi con l’acqua, la battevi. Avevamo un cilindro fatto con i rulli del carro armato, proprio una cosa molto artigianale che avevamo costruito per schiacciare l’argilla”.

Renato Cortellini: “Ai tempi in cui era vivo mio Nonno la terra l’andavamo a prendere sul terreno con il piccone. Poi andavamo in laboratorio e la scaricavamo. La trasportava un mulo con i bigonzi scarcarelli, che sono due bigonzi che c’hanno il fondo bucato. Arrivati vicino alla vasca dell’argilla si slacciava la cordicella e zum: si aprivano i bigonzi e il contenuto andava a finire dentro!
Usavamo l’argilla della zona, ma ora non si può più fare. Una volta la stavo scavando dal campo, in certi terreni miei. La forestale mi ci ha trovato e mi ha detto di non cavarla più. Ti possono anche mettere in galera, perché la considerano come una cava abusiva. Loro fanno di ogni erba un fascio, mentre noi per le nostre esigenze caviamo poca terra, forse 15 quintali all’anno.

Poi l’argilla si bagnava e si manovrava con il badile e la pala. Poi si metteva su un tavolone grosso di quercia che ancora ce l’ho su alla vecchia bottega. E si passava su e giù una ventina de volte con una sbarra de ferro. Così l’argilla era pronta. Si maneggiava ancora un po’ con le mani ed era pronta per il tornio. Invece adesso arriva la creta pronta in pacchetti”.

Carlo Fattorini: “L’argilla al tempo della fame la estraevamo con il piccone, ora si compra roba già manipolata, industriale. Sarebbe meglio usare solo la terra nostra, ma se vai a pijalla con il somaro, come si faceva una volta, non puoi magnà! Se te metti a picconà ci metti 2 giorni a estrarre un quintale de terra. Invece se paghi 20 euro ne prendi un quintale e ½.”

La tornitura

Se è vero che tutte le fasi della produzione di manufatti in terracotta richiedevano una grande esperienza, probabilmente era nel lavoro del tornio che la maestria degli artigiani di Ficulle si esprimeva a pieno. Si trattava allo stesso tempo di un lavoro di fatica e di grande perizia.

Renato Cortellini: “Il lavoro del tornio era faticoso, ma noi si era cocciari che mica scherzavamo! Si lavorava davvero: stavamo 12-14 ore al giorno al laboratorio. Se no facevi poco, non producevi abbastanza.
Noi siamo in grado di fare centinaia di pezzi al giorno con il tornio: siamo veloci, è proprio il lavoro nostro.

Il lavoro del torniante uno lo può continuare a fare anche alla mia età solo se ha fatto una vita corretta. Se uno ha bevuto, ha fumato molto… basta che le mani tremano un pochino e non lo riesci a fare più. Ci vogliono le mani ferme.

Oggi è molto più facile. L’impastatrice oggi ti prepara anche i pezzi e le misure, oppure si mette un affare al tornio che chiamano giudice. Ma io non ne ho bisogno: fo molto ad occhio. Tanto è vero che quando mi ordinavano 100 boccali mi dicevano: come fa a farli tutti uguali? A occhio, pratica e occhio. Quando ne ho fatti uno-due gli altri vengono tutti uguali.

Le crete che usavamo erano di diversi tipi: quelle refrattarie, più rosse, si usavano per i tegami, ad esempio. Perché la rossa è buona per cuocere, mentre quella bianca si spacca.Ma se fo un contenitore per l’acqua, quella bianca tiene. Più è bianca e più tiene. Mentre quella rossa diventa umida, si impregna tutta. Il fischietto invece lo fai con tutti i colori di terra, quella che c’hai usi.

Anche i giovani sanno tornire, ma mica come noi. Dopo sono più bravi su altre cose. Loro hanno fatto la scuola d’arte e hanno imparato altre cose. Noi siamo rimasti alla tradizione, e loro invece sono andati avanti. Sanno usare altri materiali, usano tecniche nuove. Noi invece tecniche nuove niente.”

Carlo Luciani: “Il nostro era un lavoro faticoso ma dava anche soddisfazione. Non si dipendeva da nessuno, eravamo liberi, e questo è tanto. E la domenica era sempre festa. Anzi, quando avevamo cotto un forno si faceva sempre 2 o 3 giorni di festa.”

Carlo Fattorini: “Diceva il mio Maestro che gli ero passato avanti, che ero diventato più bravo di lui al tornio. Lo diceva Rigo, io non lo direi mai! Lui mi insegnava che la terracotta più fina la fai e più bravo sei. Poi però io ci avevo preso gusto a farla fina, e allora lui prese a dirmi: devi imparare a farla più spessa! Io non lo ascoltavo e allora litigavamo. Il fatto è che lui preferiva la solidità del vaso, in modo che non si rompesse. Perchè ovviamente più fino è l’oggetto più è facile che si rompa.
Anche mio figlio è passato avanti a me. Di mio Figlio posso dirlo, mentre non lo potrei dire del Maestro mio!

Anfora "tre becchi"
La cottura

Particolarmente affascinante è il racconto di come si cuocevano i cocci e i fischietti nel forno a legna. Si trattava di un lavoro lungo e faticoso, che richiedeva abilità da molti punti di vista, come la disposizione dei pezzi nel forno o la scelta dei tempi e delle temperature.

Fabio Fattorini: “I forni a legna tradizionali avevano una camera di cottura di 1 metro e 80 per 1 metro e mezzo per 2 metri di profondità. Sotto c’èra un bacino dove si metteva tutta quanta la legna. Il forno era a fiamma libera, nel senso che c’era un pavimento per dividere le due zone con una serie di fori da cui passava la fiamma. Saranno stati 50-60 fori, e la fiamma passava in mezzo ai vasi.

Con la cottura a legna, per cuocere un bel forno ci vorranno dalle 28 alle 30 ore. Ma il tempo di cottura dipende anche dal materiale che ci metti dentro. Bisogna calcolare un certo numero di ore per ogni quintale di creta. Se nel forno ci sono solo piatti e bicchieri, che sono sottili rispetto a brocche e vasi, 5 o 6 ore le risparmi.
Ci sono varie fasi di cottura
. Le prime 8-10 ore sono di tempera, nel senso che gli oggetti non devono “vedere” la fiamma ma soltanto calore, in modo che si tempera tutto l’ambiente. Poi puoi iniziare a usare la legna più sottile fino ad avere la fiamma viva che serve a “lavare” lo smalto.

Nel forno, gli oggetti si impilano uno sopra l’altro. Le brocche le metti bocca contro bocca e poi di nuovo fino a formare una colonna. Questo significa che per potere infornare gli oggetti devi farli in un certo modo. La brocca da vino, quella li con il becco lungo, devi farla con il becco di una certa forma e misura, perché poi devi appoggiare i pezzi bocca contro bocca e sedere contro sedere. Quindi se il becco è un pò storto la brocca non poggia bene, e non riesci mai a fare la fila.
I piatti invece si impilano separandoli l’uno dall’altro con dei piedini fatti in terracotta.
Alla fine il forno deve essere completamente pieno. Perché essendoci i fori sul pavimento, la fiamma viaggia dove c’è il vuoto. Quindi se si lasciano degli spazi viene una cottura non omogenea, perché dove c’è il vuoto la fiamma è piena, mentre nella parte dove ci sono più oggetti sarà difficile che passi.”

Carlo Fattorini: “Riempito il forno, si mura la porta con i mattoni o con ‘li cocciacci, con la terraccia. E un metodo vecchio, di quando c’era la fame.”

Fabio Fattorini: “Si lascia un foro di 10 centimetri per poter controllare quando esce la fiamma, il che avviene grosso modo dopo 18 ore di cottura. A un certo punto i pezzi diventano di un rosso incandescente.
Sul forno ci sono anche alcuni fori, davanti e dietro, che servono per fare lo sfiato, cioè per fare uscire la fiamma. Magari succede che nel forno c’è più fiamma nella parte avanti, e allora tu chiudi un buchetto davanti e la mandi indietro. Sono tutti giochetti che servono per avere condizioni di fiamma uniforme dentro il forno
.”

Carlo Fattorini: “Una delle cose difficili è capire quanti gradi di calore ci siano nel forno a legna, perché lo devi vedere co’ l’occhi. Anche quando fai il colore devi capire ad occhio quando raggiungi la giusta dose di ingredienti. Oggi se il pezzo ti viene troppo cupo puoi mettere una soluzione e farlo più chiaro, ma allora non li potevi fare questi discorsi qui.“

Fabio Fattorini: “Non c’è termometro nel forno a legna. Si capisce che il forno ha raggiunto la temperatura giusta quando il rosso ha preso un colore particolare, che mi è difficile spiegare a voce. A quel punto ci si ferma, non si alimenta più il fuoco.
Insomma il forno a legna richiede un lavoro un po’ lungo, sia per infornare sia per la cottura
.”

Carlo Fattorini: “Il forno a legna che ho adesso è nuovo ma l’ho costruito come 2000 anni fa. Ho fatto tutto io, sono maestro di queste cose qui. L’ho ricostruito con le stesse misure del forno del mio Maestro: come era fatto quello li ho fatto questo. Perché quando vai fuori con le misure diventa un po’ difficile. Ed ho anche due tornii di quelli vecchi, a pedale.”
Ma la cottura dei pezzi era anche una delle fasi di lavoro più belle per un cocciaro, sia perchè permetteva momenti importanti di socialità che perché preludeva ad un breve ma meritato riposo.

Carlo Luciani: “La fornace in un mese circa si riempiva. E allora circa una volta al mese si coceva. Di inverno era un po’ difficile azzeccare il giorno giusto, perché ci voleva il sole.

La cottura era una festa, sopratutto l’inverno, quando era freddo. Noi si accendeva il fuoco verso mezzogiorno-l’una fino al mezzogiorno dopo, e la notte bisognava fare la veglia. E la sera venivano gli amici, ci facevano compagnia. A mezzanotte levavamo la brace la mettevamo in mezzo, e si cucinavano le salcicce e le bistecche di maiale.
L’estate invece era fatica, eh! Perché a mettere la legna era caldissimo.Col fratello si faceva mezza nottata per uno, io facevo sempre la sera e lui all’1-1 e ½ si alzava e mi dava il cambio fino alla mattina
.”

La decorazione

La decorazione caratteristica di Ficulle è maculata: il fondo reso chiaro da un ingobbio, il bianchetto, viene decorato con macchie verdi e marroni. In fine si da una mano di cristallina per rendere lucida e impermeabile la superfice.
Bianchetto e colori erano tutti prodotti artigianalmente dagli stessi artigiani.

Carlo Fattorini: “La colorazione tradizionale di queste parti la chiamiamo schizzato. Si fa immergendo nella vernice lo scopetto e poi schizzando i pezzi. I colori erano fatti con sostanze naturali ed erano preparati da me o da altri artigiani: le macchie verdi le facevamo con il rame bruciato, quelle scure con un sasso vulcanico macinato, quindi alcune macchie venivano più intense, altre meno intense. E puoi girà il mondo ma un colore come questo non lo trovi da nessuna parte.”

Fabio Fattorini: “Per il fondo chiaro si usava quello che noi chiamiamo il bianchetto. Con il bianchetto il pezzo diventa giallino dopo la cottura, invece che tutto marrone.
Non è un colore, ma una terra bianca che da noi si trova solo al campo di Triguanda. La terra va messa a bagno, poi si mette a scaglie dentro una conca e viene setacciata tre o quattro volte. Si mette a bagno, si mescola con le mani, si passa con il primo setaccio grande, poi quello più piccolo, infine quello ancora più sottile, fino a che diventa proprio liquida.
Per questa ultima fase ci vuole un ora e mezza per ogni litro, perché il setaccio è così fino che non passa quasi niente. E infatti il setaccio si chiama così perché un tempo si faceva con la seta. Ci vuole una giornata solo per fare questo lavoro.

Per quanto riguarda il colore verde usavamo gli scarti di rame. Si mettevano nel forno in un recipiente, e si cuocevano. Il rame quando è cotto si spezza così, con niente. Poi con un mortaio si batte, si setaccia, e diventa polvere. E si rimescola insieme al piombo. Naturalmente ad occhio, perché non è che c’è il bilancino. Quando vedi che il colore è giusto ti fermi.”

Renato Cortellini: “La colorazione verde e marrone che vedete noi non la compramo. Ho continuato sempre a farmi i colori come li facevano mio Nonno, il mio Bisnonno e li mi Babbo. Gli ingredienti li mettemo ad occhio, non pesamo niente.
Per fare il marrone ci mettemo una pietra di Civita de Bagnoreggio, il manganese. Pè fa il verde cuocemo il rame e lo pistamo su una pietra.
Facciamo da soli persino la cristallina. Prima usavamo piombo puro, che addirittura a me è finito nel sangue. Ho il saturnismo, che ho preso dando il piombo. Poi lo hanno vietato, quindi facciamo la cristallina igienica, che sarebbe vetro macinato. Ce se mette il silice, che sarebbe la sabbia fina fina. E viene fuori la cristallina come quella di oggi, solo un po’più ruvida.

Poi questo colore lo damo a modo nostro, senza usare lo spruzzo come insegnano oggi. Bagniamo il pennello nel colore e lo tiriamo addosso al boccale, a modo nostro. Poi prendiamo un catino di cristallina e ci buttiamo dentro il boccale.

Facciamo anche molto velocemente: se mi ci metto con mia moglie a dare il colore a 100 boccali non ci mettemo neanche un’ora a farne 100!”
Sia Carlo Luciani che Fabio Fattorini sottolineano come rispetto ai forni moderni, il forno a legna dia alla colorazione dei pezzi un effetto diverso e più suggestivo.

Carlo Luciani: “Lo smalto era su per giù tutto uguale, però se noi cocevamo 50 brocche con la legna non ne veniva nessuna uguale. Perché la fiamma non arrivava in modo uguale. Per esempio la brocca che era in alto nel forno veniva di un colore meno intenso, quella in basso si bruciava leggermente. Venivano fuori dei colori stupendi. Poi abbiamo preso il forno a gas e quello elettrico e la roba che c’è dentro viene tutta uguale, quelli in alto e quelli in basso.”

Fabio Fattorini:Il forno a legna dà ai pezzi una colorazione particolare, unica, che oggi con i forni moderni si è persa. Se nella parte inferiore del forno abbiamo ad esempio 1.000 gradi di temperatura, sopra la temperatura sarà sempre inferiore. Questa differenza di calore cambia la colorazione dei pezzi. Non potremo mai avere la stessa temperatura sul tetto e sul fondo del forno: uno può essere bravo quanto vuole, ma è impossibile. Quindi anche il colore dei pezzi sarà diverso.
E poi anche una stessa brocca potrà avere due colori diversi, uno più intenso e l’altro meno. Perché magari da una parte ci è passata la fiamma vicino, dall’altra parte no.
Infine va considerata anche l’umidità del forno e degli oggetti, perché l’umidità porta a cambiare colore.
Il forno a gas invece ha una intercapedine dove passa la fiamma. Quindi la fiamma gira in modo uniforme. E anche gli oggetti vengono fuori tutti simili
.”

La vendita

Gli artigiani di Ficulle si occupavano anche della vendita dei prodotti, che avveniva presso la propria bottega o in maniera itinerante, nelle diverse feste di paese e mercati. L’area in cui i cocciari di Ficulle smerciavano i loro prodotti era piuttosto ampia, e comprendeva oltre all’Umbria parte della Toscana e l’alto Lazio.

In un suo saggio, Francesca Sgrò[3] documenta come anche i fischietti in terracotta fossero un prodotto ricercato, soprattutto durante la fiera di San Giuseppe a Castiglione di Teverina (provincia di Viterbo) e la festa della Pentecoste a Orvieto. Quest’ultima era detta anche la festa della Palombella, ed infatti il fischietto più richiesto era proprio quello che riproduceva questo uccello.

Fabio Fattorini: “Questi signori, gli artigiani tradizionali, portavano i loro prodotti col somaro, con dei bigonzi pieni di cocci. Facevano il giro per le campagne, o andavano ai mercati che si tenevano nei vari paesi una volta al mese. E vendevano la loro merce. I contadini erano gli acquirenti più importanti. Ad esempio le brocche erano fondamentali: all’epoca non c’era l’acqua in casa.”

Carlo Luciani: “Prima si girava con il cavallo e il carretto. Nel 1935 Babbo – che si chiamava Francesco – e suo fratello Settimio si fecero un camioncino. Io sono del ’27, e avevo 7 anni, ma mi ricordo benissimo: era un 501 e costò 2.900 lire. E allora noi si arrivava ancora più lontano, 70-80 km dopo Orvieto. E si vendeva bene, perché li non avevano la nostra roba.

Anche qui a San Cristoforo si vendeva qualcosa. Vivevamo a poca distanza dalla famiglia Cortellini, che faceva lo stesso mestiere nostro. E sia noi che i Cortellini vendevamo la merce in piazza sotto quegli alberi li. Siccome tra Orvieto e Chiusi l’autostrada non c’era, le macchine passavano da qui, era una strada centrale. Per cui vendevamo la merce a chi passava.
Per fortuna con i nostri vicini si andava d’accordo. Ci dicevamo: oggi c’hai roba te? E tirala fuori te, io la tiro fuori domani.
E poi bisognava girare. E si andava in giro per le piazze e per i mercati a vende la nostra roba. Noi andavamo a Orvieto tutti i sabati, e c’avevamo anche un magazzino li.”

In più di una pubblicazione,[4] si nota come Cortellini, che ha continuato a girare le fiere fino a metà degli anni ’90, sia stato uno degli ultimi cocciari ad aver perpetuato questa modalità di vendita dei prodotti.

Renato Cortellini: “Ormai ho rottamato il carretto del mi Babbo, quello che usava quando era giovane e con mi Nonno andavano a vendere in piazza questi prodotti.
E anche quando ero giovane io giravamo tutte le fiere e i mercati qui intorno col carretto. La città più lontana dove arrivavano era Castiglion Teverina. Anche alla fiera della palombella a Orvieto ci andavo sempre con la bancarella, e di fischietti della palombella ne vendevo molti.
Il carretto era tirato dal cavallo
, e quando si arrivava lontano usavamo anche il carriolo a 4 rote, al quale attaccavamo anche il mulo. Ci volevano 2 o 3 bestie, altrimenti la salita gli pesava troppo.
Dopo abbiamo continuato col camioncino. Quando avevo 18 anni con il Babbo abbiamo preso il primo 501.
Le fiere le ho fatte forse fino al ’95. Ho smesso quando è uscito il registratore di cassa, perché l’artigiano deve fà l’artigiano. Io la vedo così: non mi posso mettere a fare il commercialista.”

I fischietti di Ficulle

I fischietti in terracotta di Ficulle sono di fattura piuttosto semplice rispetto alla produzione di altre zone d’Italia. Si tratta di numero limitato di soggetti, prevalentemente modellati a mano, lasciati grezzi o decorati con una semplice invetriatura. D’altronde il fascino di questi oggetti sta probabilmente proprio nella loro semplice espressività e nella loro completa aderenza alla tradizione.
I soggetti e la fattura di questi fischietti si ripetono infatti senza significative variazioni da generazioni. Si tratta di solito di soggetti legati al mondo rurale, che ricordano da vicino quelli prodotti dai vasai del viterbese e della Toscana.[5]

E’ stato documentato dal Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari che negli anni ‘30 fossero 18 le botteghe di Ficulle che lavoravano la terracotta. Tre di queste, oltre agli oggetti di uso domestico realizzavano i fischietti: si tratta delle botteghe Cortellini, Poli e Luciani.[6]

Renato Cortellini: “Sono tutti soggetti tradizionali: il bue col fischio, il cavallino con il fischio, il mulo con i bigonzi, la contadinella, il contadinello. Poi c’è l’uomo a cavallo, la gallinella, il pavone. Mi Nonno faceva anche il carabiniere, ma io non l’ho fatto più. Perché per farlo bello lo facevano con gli stampi, e a me con gli stampi non andava di farli, li ho buttati via tutti. Avevo anche il fischietto col duomo di Orvieto fatto con lo stampo.

Si facevano anche i richiami per gli uccelli di coccio, tipo questo.[7] E’ fatto un pezzo al tornio un pezzo a mano, mentre le altre forme sono tutte a mano. Li usavano i cacciatori. Però bisogna saperli manovrare quando si fischia, altrimenti gli uccelli si impauriscono!

A fare i fischietti mi ha insegnato Cesare Cortellini, mi babbo, che gli ha insegnato su Babbo Fabiano. A mi Nonno ha insegnato il mi Bisnonno Luca, che anche lui faceva ‘sto lavoro. E mia figlia che si chiama Carla li sa fa anche lei. Ma non li fa, perché non guadagna. Insegna all’Istituto d’Arte.

Il guadagno dei fischietti era ed è piccolo, perché ci vuole tanto tempo per farne 1. Con 1 ora ne faccio 3. I fischietti tutti devono fischiare forte, e se azzecchi i fori fischia subito, altrimenti ti tocca provà, riprovà… poi ti vengono i cinque minuti e lo rompi. Ne faccio pochi e mi tocca smettere, perché mi agito. Però c’era la tradizione. Per questo seguito a farli come mi Babbo e mi Nonno.

Li acquistavano i bambini specialmente, sopratutto alla fiera della Pentecoste a Orvieto. Oggi non li fa più nessuno. A Ficulle c’è solo la Paola Biancalana che sa fà i fischietti.” [8]

Carlo Luciani: “Non è che avevamo una grande produzione di fischi. Magari li facevamo per qualche ragazzetto, o facevamo qualche richiamo per un cacciatore quando lo chiedeva.nLa forma che si faceva di più allora era questa qui, il fischio semplice”.

Carlo Fattorini: “I fischietti ho imparato a farli dallo Zio del Maestro mio. Come forme facevamo degli animali – come il cavallo, la vacca e l’uccellino – o persone – come il contadino e il carabiniere. I soggetti dei fischietti erano più o meno quelli li, magari si poteva cambiare qualcosa in base alla fantasia del singolo artigiano. Poi gli mettevi il fischio sul culo.
Da noi a Ficulle si lasciavano grezzi, non si coloravano, esattamente come le statuine del presepe.
E si facevano tutti a mano, non si usava il tornio
”.

Fabio Fattorini: “Il fischietti tradizionali come il carabiniere, o il contadino che sale a cavallo all’incontrario, eccetera, erano delle prese in giro, come le barzellette di adesso sui carabinieri.
Poi oggi puoi trovare autori tradizionali, che mantengono la linea del passato, e quelli che dal tradizionale si evolvono e diventano qualcosa di diverso, magari acquisendo un valore artistico, come quelli di Paola Biancalana
.

Il fischietto va fatto per forza a mano, non puoi usare stampi. Ed è una cosa delicatissima: se fischia subito è fatta, se non fischia allora magari ci perdi tantissimo tempo: devi bagnare, provare ad aggiustarlo, poi lo guasti e lo rifai da capo, eccetera. Anche per questo mio Babbo non si è più impegnato a fare fischietti, anche perché purtroppo economicamente non ne vale la pena. Per fare un fischietto ci vuole molto tempo, non bastano 10 minuti. E magari lui li vendeva a 10.000 lire. Allora quello che capiva il fischietto – perché ne conosceva la tradizione e comprendeva la lavorazione che c’è dietro – lo prendeva, mentre la maggior parte della gente che veniva alla bottega diceva: ma voi siete matti, costano troppo! E allora lui ha abbandonato, perché diceva: che posso stare a litiga’ con tutti? E allora se vuoi lo fai per regalo, ma se lo devi fare per lucro, per soldi, non vale la pena. C’è soltanto una piccola nicchia di persone che può capirne il valore”.

Gli altri prodotti tradizionali

Al di là dei fischietti, a Ficulle si produceva una notevole varietà di stoviglie e recipienti di uso domestico. Alcuni di questi oggetti sono ormai scomparsi da decenni dalle nostre case, e forse proprio questo dona loro un fascino particolare.

Fabio Fattorini: “Quella che si fa qui non è ceramica ma terraglia, ovvero oggetti popolari di uso quotidiano. In questa zona non c’era ferro, né rame. Tutti gli oggetti di uso quotidiano venivano fatti con la terracotta. E quindi c’erano tutta una serie di oggetti in terracotta che si usavano nelle case di una volta.

Ad esempio io ancora conservo uno scolapasta in terracotta che è di fine 800. E poi ho una conca antica per lavare i piatti, perché una volta non c’era il lavandino. Con le conche in realtà ci facevano tutto. Ci lavavano anche i bambini nella conca più grande. E poi ci lavavano i piedi, le verdure….Cambiavano conca spero!

C’erano i recipienti refrattari, nel senso che potevano andare sul fuoco. Poi c’era la panatella per andare a prendere il vino in cantina, la zuppiera per la minestra di pane, e la brocca con cui si andava alla fontana a prendere l’acqua. La donna ne metteva una sulla testa, una sotto braccio e magari teneva anche qualche figlio piccolo per mano. Il ruolo della donna era fondamentale. Magari gli uomini andavano alla guerra – ad esempio Nonno mio ha fatto tutte le guerre possibili e immaginabili: Spagna, Africa, le ha fatte tutte! – e lasciavano sola la donna, che doveva fare tutto. Pensa che donna che era per gestire questa situazione!”

Renato Cortellini: “La produzione principale erano i tegami, i pignatti. C’era quello per mettere a fare il brodo e quello da latte, che si riscaldava vicino al fuoco per fare sia la ricotta che il formaggio.
Sapevamo fare anche gli otri grandi che si usavano una volta per conservare ad esempio olio e formaggio. Addirittura gli anziani li facevano ancora più alti, fino a 100 – 150 kg di capacità. Si modellavano parte al tornio e parte a mano, aggiungendo dei cordoli. Noi la chiamavamo tecnica “a picio”.

Oppure c’era la brocca nostra, la brocca ficullese per l’acqua che si portava sulla testa. Le donne dei piccoli paesi come i nostri facevano la coroglia, che è un pezzo di stoffa piegata in modo da fare una cosa rotonda. La mettevano sulla testa e su poggiavano la brocca, che pesava 12 litri. E così andavano e venivano dalla fonte.

Facevamo lo scaldaletto e la pretina da riempire con la cenere e il fuoco ardente per riscaldare il letto. E funzionavano: andavi a letto, e ti riscaldavi in un minuto!

Anche nel braciere ci si metteva la cenere e lo tenevi in mezzo alla cucina per scaldare. Perché le case di una volta, quando ero piccolo io, avevano una cucina grande grande, con un grande focolaio, e le camere erano piccole. Il bagno non c’era, si andava nel campo o nella stalla.”

Carlo Luciani: “Facevo anche qualche pipa di terracotta per qualche vecchietto. Poi si prendeva un pezzetto di noce, con un ferro si bucava e si faceva il bocchino”.

Carlo Fattorini: “E’ un discorso forse difficile da capire, ma io sono attaccato a questo discorso del lavoro di cocciaro, a queste tradizioni vecchie. Ad esempio quello il è pignatto per il camino, con cui facevamo li fascioli. Quello li lo facciamo in quel modo da secoli, e resta sempre lo stesso come da tradizione.”

La crisi produttiva

Le vicende della crisi della terracotta di Ficulle non sono dissimili da quelle di tanti altri centri di produzione. Nel secondo dopoguerra furono molti gli artigiani a chiudere, e soprattutto si arrestò il ricambio generazionale.

Fabio Fattorini: “Negli anni ’60, c’è stato il boom economico. Con l’avvento degli utensili fatti in plastica e in altri materiali, questo lavoro è crollato. Tutti cercavano l’oggetto moderno, e questi prodotti tradizionali in terracotta non li comprava più nessuno. Hanno abbandonato quasi tutti gli artigiani, sono rimasti solo pochi produttori più solidi.
Anche Babbo aveva smesso di fare questo mestiere per una decina d’anni. Poi dal ‘64 prese in affitto l’antico laboratorio dei Sassetti con le fornaci, ed è stato in quella bottega per 30 anni circa, fino agli anni ’90.”

Renato Cortellini: “Il periodo nero è stato quando è arrivata la plastica e poi quando sono andati via i contadini, la trasformazione industriale. Per me l’Italia s’è rovinata quando hanno smesso tutti i contadini. L’hanno mandati tutti su a Tornino a fà l’automobili. Ma ora se si bloccano l’automobili viene la fame! Noi invece allora si stava bene, non c’erano tanti soldi magari, ma tanta roba. Per esempio noi si dava una brocca e loro ti davano un pollo. Oppure una brocca e un tegame per una forma de formaggio.

Però io non ho smesso quasi mai di fare questo lavoro. A parte un periodo, perché si faceva l’autostrada e si guadagnava forte. Io sono appassionato di motori e durante il militare ho preso la patente D-E, ed allora con l’autotreno portavo la sabbia. Ma per il resto il lavoro mio è stato sempre questo.

I figli dei vecchi artigiani hanno trovato un’altra strada, perché con questo mestiere si guadagna poco.
Adesso è rimasto solo un vasaio a Ficulle, Costantino
[9]. Ha qualche anno meno di me e sta per smettere anche lui. E poi c’è Fattorini che ha smesso, ma ha un figlio maschio a cui ha insegnato il mestiere. I Fattorini non vengono da ceppo vasaio, hanno imparato da un altro vasaio di Ficulle, ma sono diventati artigiani validi come siamo tutti noi.

Della mia famiglia altri facevano questo lavoro, ma hanno smesso. E io son rimasto, ma nessuno prenderà il mio posto. Ho una figlia che insegna all’Istituto d’Arte a Orvieto. E nessuno è venuto mai alla bottega a dirmi che voleva imparare ‘sto lavoro.”

La continuità nella tradizione – la produzione di oggi

Fortunatamente questa tradizione artigianale così ricca non rischia di estinguersi, almeno nell’immediato. C’è ancora qualche giovane produttore che porta avanti l’attività, e lo fa con sorprendente aderenza e dedizione a quelle che sono le tecniche produttive tradizionali.

Fabio Fattorini: “Io ho continuato: ho cominciato nel ’70 a lavorare col tornio e ancora oggi rifaccio le stesse cose come tanti anni fa.
Oggi a Ficulle ci siamo io e Costantino Del Croce che facciamo cose tradizionali. Poi c’è Paola Biancalana che fa i fischietti e altre cose, ma si tratta più di ceramica artistica che tradizionale. E c’è un’altra signora, Serena Rosati che ha iniziato con Costantino Del Croce e che ora fa delle cose, ma non è che ha un laboratorio suo.
Adesso questi oggetti sono ricercati per gli arredamenti delle case di campagna, anche perché si abbinano bene con il territorio nostro. L’uso è diverso, però la lavorazione è la stessa.

Questo ad esempio è lo scolapasta, ripreso in maniera fedele dall’originale dell’800; e questa è la zuppiera per la minestra di pane. Li faccio in piccola scala però, perché una volta le famiglie erano numerosissime.

Le imitazioni che si vedono in giro fatte in modo industriale lasciano un po’ il tempo che trovano. I miei oggetti sono uno diverso dall’altro perché sono fatti in maniera tradizionale, sia per quanto riguarda la foggiatura al tornio che la colorazione.

Estrarre la creta naturalmente era un lavoro difficile e lungo, quindi a un certo punto abbiamo iniziato a comprare quella già pronta dentro i sacchetti. Però ancora oggi nella mia bottega abbiamo delle argille vecchie di quelle che di cui facevamo l’estrazione, e le mescoliamo insieme a quell’altra industriale. Questo perché le argille industriali sono molto ricche e molto grasse – noi usiamo la parola “gagliarde”. Allora le tagliamo con quella più povera, che è ricca di sabbia. Quella più povera di sabbia è elastica, ma è facile che al tornio si possa spaccare. Allora si taglia con quella li più magra che è più sabbiosa. Perché l’argilla non è tutta uguale!

Nella mia bottega abbiamo un forno a legna e un forno a gas. Il forno a legna è nuovo, è stato costruito nel 95-96. Ma lo abbiamo rifatto identico a quello dell’antica bottega. E ci abbiamo continuato a cuocere fin che Babbo lavorava con me. Ora uso più quello a gas perché lavoro solo, quindi per riempire un forno a legna di 8 metri cubi ci metterei 2 mesi.

Anche quando faccio il forno a gas metto i pezzi ad incastro come se facessi un forno a legna. E’ una scelta mia, anche economica, perché io così risparmio metà forno. Invece altri terracottari usano i piani e per separare ogni oggetto. Io invece riesco a fare tutta una pila, perché ho avuto un Babbo che mi ha insegnato certe cose.
Anche col forno a gas i pezzi hanno colori non uniformi perché io lavoro un po’ “matto”, nel senso che fò delle sgasate per riuscire ad avere dei colori non proprio omogenei, uguali.

Anche i colori continuiamo a farli noi con sostanze naturali. Ad esempio per il rame, io ho degli amici elettricisti che mi portano i pezzi. Il marrone lo facciamo sempre noi, ma adesso compriamo il manganese già raffinato. Col cucchiaio prendiamo il manganese, lo mescoliamo con gli altri componenti e controlliamo ad occhio la densità. Se tu guardi un oggetto dei nostri non c’è mai un colore uguale da una cottura all’altra. Uno è più chiaro, uno un po’ più scuro. Questo perché i colori si fanno ad occhio. Con i colori industriali è diverso: se usi il 125 A sai che è quella sfumatura lì e non un’altra.
Per il fondo chiaro uso ancora il bianchetto fatto da me, anche se è sempre più difficoltoso procurarselo, perché si trova solo in un terreno di proprietà della Curia. L’ho fatto l’altro giorno sto lavoro: questi sono i resti.

Attualmente sono assessore al turismo ed allo sport. E’ da un po’ di tempo che l’amministrazione punta a diventare città della terracotta. A me piacerebbe fare qualcosa in questo senso: ad esempio un museo della terracotta a Ficulle ci starebbe bene. Purtroppo le risorse delle amministrazioni locali sono sempre più scarse. Hanno tagliato tutto, soprattutto la cultura.”

Terracotta e terra coltivata

Per la nostra chiacchierata, Renato Cortellini ci aveva dato appuntamento nel tardo pomeriggio, spiegandoci che prima era impegnato nella raccolta delle olive. E infatti con lui si finisce per non parlare solo di terracotta, ma anche di un’altra sua passione: l’agricoltura. Ci piace quindi terminare il nostro articolo con le parole spese da questo artigiano su un diverso tipo di terra: non quella lavorata al tornio ma coltivata. D’altronde si tratta di un argomento solo apparentemente estraneo a quello della lavorazione delle stoviglie e dei fischietti, come ci spiega lui stesso.

“Era tutto collegato: per andare a vendere la terracotta ci voleva un mulo, un somaro e un cavallo. Perché il cavallo era veloce, trottava, il mulo e il somaro caricavano la soma. E per mantenere questi animali durante l’inverno si coltivava il fieno, mica è come adesso che telefoni e te lo portano. Poi serviva la legna del bosco per coce le terrecotte, eccetera. Per questo su a San Cristoforo avevamo una casa con un bel pezzo di terreno.
Tenevamo anche degli animali. Mio Nonno aveva 9 figli, e per dar da mangiare a tutte queste persone allevavamo una capra che dava il latte alla famiglia, ingrassavamo 2 maiali con le ghiande delle querce e così via.
Mio Nonno per arrangiarsi, per guadagnare un po’ di più, teneva un somaro sano per fare le mule con le cavalle. Che allora il mulo ci voleva. Valeva quasi il doppio di un cavallino perché era ricercato. Se poi vendevi un mulo già addomato, che già portava la soma, valeva anche di più. E allora quando l’asino andava con la cavalla lui vendeva il mulo e magari ci ricavava 5 kg di fagioli. Funzionava così, era uno scambio di robba, un baratto.

Adesso in laboratorio lavoro poco, ma lavoro in campagna, perché la campagna non si può lasciare. Ma non si guadagna niente. Le mele le lascio marcire, perché se non gli dai il veleno – e io non glielo do – non si possono commerciare. Come tagli una mela di quelle mie c’è il baco dentro. Ma io non lo voglio dare il diserbante, vedeste cosa fa: muoiono tutti i grilli, gli uccelletti, le lepri. E’ un disastro, sparisce tutto. E anche a noi non può fare tanto bene. Ma vogliono che si faccia così….
Il grano si vende a pochissimo. E poi noi ne produciamo poco perché teniamo a riposo i terreni, mentre i tecnici li spingono con i concimi,. Per far venire buono il grano bisogna tenere 4 anni l’erba medica, poi il primo anno ci metti il grano, il secondo l’orzo. Così viene bene, perché la terra sta a riposo. E l’erba medica gli da l’humus. Però su un ettaro di grano io ci piglio 15-20 quintali, mentre gli altri 40-50.
La vigna l’avemo levata perché non si guadagna più niente. E non si sapeva a chi dar l’uva. Del resto una volta il coltivatore diretto poteva vendere qualche litro di vino, ora non puoi più. Ci vuole l’autorizzazione. L’olio non si vende più. Adesso fanno venì l’olio dal Marocco.

Io amo vivere in campagna, nelle grandi città io non sto bene. Ho tanti cugini a Roma. Delle volte li vado a trovare ma poi non vedo l’ora di venì via. Non ci posso stare in città, perché noi siamo abituati a socializzare con i vicini. Ad esempio andiamo a veglia in una casa, facciamo le castagne, beviamo, chiacchieriamo fino a mezzanotte.
Invece al palazzo dove stanno i miei cugini mica si parla nessuno! Tocca star zitti. Buongiorno e via, se te lo dicono.
Qui ci conosciamo tutti, se mi
servono un paio di tronchesi del vicino scavalco, li prendo, poi li riporto giù. E la macchina mi piace lasciarla sempre aperta. Invece a Roma è tutto chiuso, a me non piace”.
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NOTE
[1] L’attestato, affisso nella bottega di Fabro, recita: “Federazione nazionale degli artigiani. Diploma di medaglia d’oro rilasciato alla bottega artigiana di Cortellini Cesare, stovigliaio da Ficulle. Fondata nell’anno 1770 e senza interruzione condotta dai discendenti”
[2] Il fratello di Carlo di chiamava Sestilio Fattorini. Da alcune testimonianze pare che si trattasse del fratello forse meno dotato per quanto riguarda il tornio, ma più estroso e prolifico per i fischietti (di seguito riportiamo la foro di un suo fischietto).
[3] F. Sgrò, “Umbria”, in Paola Piangerelli (cur.), La Terra, il Fuoco, L’acqua, il Soffio, Museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, 1995
[4] Gerardo Moranti, Cocci e Fischietti, 2003; Paola Piangerelli (cur.) La Terra, il Fuoco, L’acqua, il Soffio, Museo nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, 1995.
[5] Simili come soggetti e essenzialità (o assenza) della decorazione sono ad esempio i fischietti degli Orlandi di Vasanello, dei Ricci di Vetralla, dei Romagnoli di Montelupo Fiorentino, dei Porri di Sorano.
[6] Paola Piangerelli (op. cit.); a queste botteghe va aggiunta quella dei Sassetti in base alla testimonianza di Carlo e Fabio Fattorini.
[7] Si tratta di un fischietto ad acqua, detto anche Chiù, che imita il verso dell’allocco.
[8] Di Paola Biancalana abbiamo scelto di non parlare diffusamente in queste pagine, ma di dedicarle un articolo a se stante. Infatti si tratta di una artista molto legata alle tradizioni di questo territorio (peraltro ha imparato a fare i fischietti da Carlo Lucani) ma che poi ha innovato profondamente forme e stili dei suoi pezzi.
[9] Si tratta di Costantino Del Croce

FOTO
1. Cavaliere, gallo – fischietti di R. Cortellini (collezione Loforti)
2. Carlo Fattorini in una foto d’epoca
3. Fischio – fischietto di C. Luciani
4. Renato Cortellini al tornio a pedale
5. Cavaliere – fischietto di C. Fattorini
6. Carlo Luciani nel suo laboratorio di Ficulle (foto G. Croce)
7. Contadino, contadina, diavolo – fischietti di R. Cortellini (collezione Loforti)
8. Fabio Fattorini nel suo laboratorio di Ficulle
9. Fischietto ad acqua o Chiù – fischietto di C. Fattorini (collezione Loforti)
10. Fischietto di Sestilio Fattorini (collezione Biancalana)
Testi di Massimiliano Trulli massitrulli@gmail.com, vietata la riproduzione.
Si ringraziano tutti gli artigiani intervistati, Paola Biancalana e Franca Luciani Biggi.
Dedicato a Carlo Luciani
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